
Primo disco per Houndstooth per la brasiliana Sophia Loizou, dopo i pur notevoli Chrysalis e Astro Dymanics. Con Untold Sophia Loizou fa forse il disco della maturità, dove riesce a legare la sua espressività musicale ai suoi interessi accademici. Untold fa parte di un vero e proprio micro-sistema artistico, insieme a uno spettacolo audio-visivo e un volume di liriche e immagini A Tellurian Memorandum, a cui è allegata un’altra composizione musicale di 30 minuti divisa in cinque movimenti. Se la music di A Tellurian Mememorandum riprende molto la strada ambient e drone che Loizou aveva iniziato con i precedenti lavori, su Untold riprende la strada iniziata sue anni fa con l’ep Irregular Territories e fa incrocia quella strada con la maestosa e ricca tradizione elettronica della sua città natale, Bristol.
“Anima” inizia come un etereo brano ambient, con tanto di field recordings e una vaga tendenza verso la new age. Qui anche la voce, campionata e filtrata in un loop che ripete la frase “I love you” come un mantra ripetuto da un sonnambulo, sembra un field recording, una registrazione di un residuo sonoro che viene da altre frequenze, da altri mondi, da un’umanità sepolta insieme a altri oggetti inerti. È una voce che ricorda vagamente gli inserti vocali di certa house prima che si tramutasse in acid jazz. Pochi rintocchi di pianoforte e la successiva “Celestial Web” fin dai primi accordi di tastiera e le prime voci ci catapulta prima nell’acid jazz e quando entrano percussioni e batteria, in un deciso mondo trip-hop, che per tutto il pezzo se ne sta in sottofondo, quasi come un reperto archeologico lentamente dissotterrato da qualche antropologo.
Tutto il disco, in realtà, si ripropone di dare voce a cose che non hanno voce, animali, flussi oceanici, rumori atmosferici e in generale tutto ciò che non è umano. L’intento, peraltro riuscito, di Sophia Loizou è quello di eliminare il più possibile il processo creativo e modificatore dell’uomo (in questo caso di Sophia Loizou in quanto musicista) per rendere appieno l’idea di simbiosi tra mondo naturale e creazione culturale, nel quale il naturale rimane ancora libero. Trip-hop, house, drum’n’bass, jungle, acid jazz e un po’ tutta l’elettronica di Bristol, viene smaterializzata, resa un’eco di una tecnologia obsoleta e trattata come se fosse un oggetto in mezzo al suono naturale del mondo. Così anche su “Vestal Waters” i ritmi jungle faticano a emergere al di sopra della patina ambient, su “Fluxes” il soffio di flauti si mescola col flusso di acque di torrenti fino a morire in un debole drone quasi tellurico. Su “Hypnotik” ritornano jungle e drum’n’bass ma soffocati da una coltre di field recordings e rumori trovati.
Il progetto è tanto ambizioso quanto vincente: Sophia Loizou è riuscita a creare un dialogo tra natura e tecnologia, cioè tra mondo naturale e convenzioni culturali, mostrando come le culture di ieri possono residui silenti di domani. Ha riscritto la tradizione elettronica degli anni ’90 con le pratiche ambient e drone più recenti, fino a sfumare persino nella rimodulazione di linguaggi più contempoenarei: la melodia scarna di “Sylphonia” ricorda le primissime cose di Caribou, mentre “Bicameral” usa le voci effettate e filtrate di una witch-house dilatata e estesa, schiacciata fino quasi a assumere vaghe sembianze glitch. Untold cerca di dire il non detto, di dare voce a tutto ciò che non è strettamente umano, e nel farlo riesce anche a dare voce a un passato che si è sedimentato fino quasi a scomparire nell’inerzia del tempo: le voci, i ritmi degli anni ’90, assumono in questo disco la veste di un reperto archeologico da interpretare e da reinserire in un sistema di simbiosi tra umano e artificiale.
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