
Chitarrista veramente sopraffina, Wendy Eisenberg è attiva sia in gruppi, come il combo math- e post-rock sperimentale Editrix, nell’esperimento di cross-over tra punk, jazz e math-folk dei Birthing Hips e nel trio free-jazz The Machinic Unconscious (insieme a Chess Smith e Trevor Dunn). Come solista si è concessa una manciata di album nei quali unisce improvvisazione a originali rielaborazioni di lounge e bossanova. Questo suo primo album per Ba Da Bing unisce tutte quelle tendenze in un’unica direzione coerente, per quanto eclettica. Il titolo Auto è un doppio riferimento: all’automatismo che può innescarsi quando si suonano pezzi complessi, e all’autofiction, ossia il processo di raccontare la propria identità. Wendy Eisenberg parte da elementi della sua vita, della sua formazione umana oltre che artistica, e come in un’autofiction, procede a dare una rappresentazione musicale e semi-finzionale di un memoir di formazione.
Tutto viene incastonato in un vero e proprio racconto che inizia con la necessità di perdere la propria innocenza e negarlo di doverlo fare (“I Don’t Want To”), passa per la rabbia, con “Centreville” che racconta di un episodio doloroso della sua infanzia, e “Futures,” costruita attorno alle sue recenti esperienze estranianti come membro di una band, e arriva a contrattazione (“Slow Down”) e accettazione (la rappacificante “Hurt People”).
Ciascun pezzo nasconde una perizia tecnica fuori dal normale e esibisce una vena cantautoriale invidiabile, poliedrica ai limiti della schizofrenia. Sono pochi i pezzi che restano fermi dal primo all’ultimo secondo, giusto “No Such Lack,” “AOB” e “Urge,” dove a tratti sembra di sentire una chanteuse jazz che canta sulla chitarra solista di Jimmy Hall, ma sono solo red herring: già “Happier” si risposta in un country-jazz reminiscenze di George Barnes, ma centrifugato fin quasi a diventare un pezzo dei Deerhoof. I cambiamenti di tempo inattesi di “The Star” finiscono in quella terra di mezzo dove i Gastr Del Sol incontrano le loro radici hardcore immerse di bossanova, mentre “Genre Fiction” esibisce innesti quasi flamenco.
A Wendy Eisenberg piace confondere le idee, suona un pezzo folk come se si trattasse di black metal, suona perennemente fuori genere, dando una decisa sfumatura diversa a ogni cosa che fa: ora sembra di sentire Derek Bailey con i suoi accordi dissonanti, ora Dave Pajo o Dave Grubbs che inventano il post-rock, ora John Fahey con i suoi arpeggi fluviali. Non è un caso se quello di Wendy Eisenberg è un nome che compare sempre più spesso nelle liste dei migliori chitarristi in circolazione. Ora è il caso di iniziare a mettere il suo nome anche nelle liste dei migliori cantautori: nessuno sa essere melodico, pungente, dissonante, virtuosistico e fluido allo stesso tempo come Wendy Eisenberg.

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