Una delle cose belle di Bandcamp è che ora a volte puoi seguire l’evoluzione di musicisti e creativi senza perderti neanche un passaggio. Rachel Brown, aka Thanks for Coming, fa musica da quando aveva poco più di quindici anni, e da otto anni la pubblica su Bandcamp, da quando era una bedroom popper con chitarra e poco altro, a quando è diventata una parte del sempre più interessante duo Water from Your Eyes insieme a Nate Amos (anche lui iperprolifico su Bandcamp come This is Lorelei). E di roba ce n’è, e ce n’è forse anche troppa. Insomma tutto quello che in altri tempi sarebbe stato materiale da bootleg, ora è tutto in bella vista: 36 titoli tra ep e album più una manciata di singoli pubblicati e tolti dopo poco, da folk alla Jandek ai primi esercizi con GarageBand a ottimi esempi di slacker-rock in stile Pavement come l’ottimo No Problem fino a questo to be honest, i was lying che mostra un approccio più complesso e per certi versi più maturo, per quanto si possa parlare di reale maturità a 23 anni.

to be honest, i was lying racconta i vent’anni di Rachel Brown, e facendolo riesce forse a raccontare i vent’anni di una zoomer qualunque, tanto questo disco profuma di generazionale. Non solo perché nell’era dei bedroom artist solo un onesto disco bedroom pop può veramente cogliere la realtà umana in atto, catturare la bellezza fragile delle cose semplici, ma anche e soprattutto perché to be honest, i was lying è in bilico perfetto tra crescita e maturità, in equilibrio precario sui vent’anni, troppi per conservare la ribellione adolescenziale, troppo pochi per mostrare una tanto sudata maturità, attesa ma forse mai veramente voluta. Forse più temuta con rassegnazione.

Rachel Brown canta se stessa senza narcisismo e senza esibizionismo, ma canta anche una generazione che ha bisogno di direzioni (“directions”), non importa se da dare o da ricevere, perché in entrambi i casi significa che non si è soli. Canta la sensazione di trovarsi sempre nel posto sbagliato o nel momento sbagliato (“sometimes i’m on time but most of my life i’ve been running behind”) su “i can get emotional too,” e lo fa con la stessa indolenza e apatia di un giovanissimo Stephen Malkmus (che tra l’altro ai tempi di Slay Tracks e Demolition Plot aveva la stessa età che ha oggi Rachel Brown).

Parimenti Pavementiana è “dropped the ball,” un jangle sbilenco che pochi anni fa sarebbe stato definito lo-fi, ma qui la “bassa qualità” non è una posa, frutto di una precisa ricerca estetica, ma una virtù che nasce da una necessità, un po’ come agli albori del garage rock più fieramente DIY. Altri pezzi come “niagara falls” si avvicinano forse al folk stralunato del nume tutelare di tutti bedroom artist, ossia Daniel Johnston (ma forse potremmo anche dire Jandek, o alcune cose dell’instancabile e inarrestabile R. Stevie Moore), mentre “stagnant” flirta con certa elettronica casalinga e “200 millions step” mostra la leggera imbastitura di un arrangiamento, tutto però resta estremamente sincero e casalingo.

to be honest, i was lying mantiene le promesse del titolo, e procede in scioltezza tra la finzione di un racconto e l’onesta più candida di chi confessa anche le menzogne che racconta solo a se stesso. Ancora non ho ben capito cosa sia il “bedroom pop” di preciso, ma mi sembra evidente che qualunque cosa sia, Rachel Brown è una delle migliori a farlo.