Giunti al loro quarto album in sette anni gli Spirit of the Beehive sono senza dubbio una delle band più rappresentative dei tempi che stiamo vivendo. Poche altre band sanno rappresentare lo spirito di contaminazione e ibridazione tra generi che è la cifra stilistica del “rock” di matrice indipendente degli anni ’10 appena finiti dei ’20 appena iniziati. “Rock” tra mille virgolette, soprattutto in anni in cui codici ampiamente codificati e invecchiati vengono riscaldati in decotti post-punk che spesso non hanno niente di post- né di punk. Il rock che una volta era la colonna portante della rottura con la tradizione è oggi la massima espressione proprio di quella tradizione che si voleva rompere. Ma tra spesso e sempre c’è un piccolo scarto, e quello scarto sono band come Empath, Dummy, Wombo e soprattutto Spirit of the Beehive. Negli Spirit of the Beehive convivono contrasti e assonanze, si sentono eco molto lontani di vecchie glorie quasi dimenticate come i Grateful Dead, riverberi di gruppi meno vecchi e sempre attuali come i My Bloody Valentine, e risonanze ancora poco familiari di gruppi semi-sconosciuti come Olivia Tremor Control.

Quello degli Spirit of the Beehive è un sound che si contraddice perché contiene moltitudini: non ti aspetteresti mai di sentire convivere dreampop e screamo, e invece su “THERE’S NOTHING YOU CAN DO” succede esattamente questo, così come non crederesti di sentire in una traccia shoegaze e bedroom pop, e però su “BAD SON” è esattamente quel che senti, e accanto a questi ci sono pezzi come “WRONG CIRCLE” che trasforma un attacco ambient in una ballata indiepop sospesa tra elettronica e chillwave, c’è il pop mellifluo di “RAPID & COMPLETE RECOVERY” o la camaleontica “I SUCK THE DEVIL’S COCK” mescolano dream-pop, shoegaze, psichedelia estrema, noise, chitarre abrasive, screamo, sample e field-recordings in un delizioso viaggio ai limiti estremi della follia. 

Probabilmente ENTERTAINMENT, DEATH è un disco appena più addomesticato dello splendido Hypnic Jerks, e è sensibilmente meno randagio di pleasure suck, che nel 2017 aveva in un certo senso iniziato la falsariga concettuale entro cui si muovono gli Spirit of the Beehive: quella fugge ogni catalogazione semplice, rifiuta l’intrattenimento facile e il songwriting più lineare, e però riesce a essere una forma di intrattenimento. In versi come “Entertainment only remains, while I keep descending/Who Will decipher pain form the lie?” sembra quasi di sentire la presenza del Wallace di Infinite Jest, un romanzo che denunciava i pericoli nascosti dell’intrattenimento ma che era paradossalmente una forma di intrattenimento. Una forma compiuta, estrema e alternativa.

Dopo Hypnic Jerks non era scontato che gli Spirit of the Beehive riuscissero a fare qualcosa di altrettanto obliquo, multiforme e dionisiaco. E invece eccoli qui. Sono passati da Tiny Engines a Saddle Creek, hanno perso due elementi per strada e ne hanno guadagnato un altro, ma la coppia Scwartz-Ravede continua a confondere e stupire. ENTERTAINMENT, DEATH non è adatto a ascolti casuali e spensierati. Succede qualcosa che cattura la tua attenzione a ogni ascolto, e che a ogni ascolto ti apre una finestra su un mondo migliore del nostro.