La risposta americana al postpunk britannico viene da Cincinnati, e è una risposta ruvida, abrasiva, urlata, scomposta, che evita ogni compromesso. Today my Friend You Drink Venom, quinto album per i The Drin e loro primo per Feel It Records, ha tutto il fascino del garage rock di quando si faceva rock nei garage, e bastavano pochi strumenti e un quattro tracce senza pretese. Le dieci tracce si susseguono lisce, senza fronzoli, senza inutili abbellimenti e senza pose. Sono dieci canzoni rock tirate che ti arrivano direttamente in faccia e cambiano umore senza preavviso. Il disco inizia con una breve introduzione strumentale che sembra quasi un coro monastico, spiazzante se pensi che subito dopo “Venom” ti catapulta in un punk dinoccolato con basso e batteria che costruiscono un tappeto percussivo per accogliere voce, chitarra e rintocchi di synth pieni di riverberi “Five and Dime Conjurers” mostra già le carte in tavola: quello che stai ascoltando non è il solito punk scomposto e irriverente. Lì dietro senti nitida una giungla di droni, suoni quasi futuristici e persino dei field-recordings. La successiva “Eyes Only for Space”—devo dirlo: il mio pezzo preferito del disco—ti spiazza ancora di più perché ti trascina a terra e ti culla con un dub martellante e lenitivo al tempo stesso. Se esiste una psichedelia punk è questa. A incollare tutte le tracce pochi ricami di synth e organo che danno a tutto il disco quella qualità un po’ space-rock e un po’ kraut, quel tocco che manca alle band post-punk omologate e che rinfresca un linguaggio del passato che in questo modo diventa uno squarcio di futuro. Chiude tutto “Mozart in the Wing,”  un voodoo rock in stile Gun Club pieno di droni di chitarra, il baccanale catartico che ti aspetti alla fine di un disco del genere. Ma tanto poi lo fai ripartire dall’inizio perché non te ne vuoi staccare più.