Girl in the Half Pearl esce due anni dopo l’esordio Couldn’t Wait to Tell You, e i due anni che separano i due dischi sono stati anni importanti per la giovane e indocile Liv.e, al secolo Haylee Olivia Williams, nata a Dallas, attualmente inurbata a Los Angeles. Era arrivata a quel primo disco a poco meno di vent’anni, dopo una manciata di ep per Dolfin Records che già avevano la spregiudicato segno del caos e del rumore, e un battesimo di fuoco avuto da Erykah Badu.
In due anni sono cambiate molte cose: Liv.e ha cambiato casa e affetti, ha fatto un tour con MIKE, una residence alla Laylow di Londra e soprattutto ha fatto i conti con se stessa. Girl in the Half Pearl è un disco di rinascita personale, e ogni rinascita prevede un crollo, cancellare un’identità per ricostruirne un’altra. E così Oliva  si mette a nuda, fin dalla copertina del disco, e cerca e trova dentro di se quella forza che le serve. Inizia cantando “when I look inside myself/I found there’s no one to help/guess I’ll find my super power,”  e continua affermando senza troppe cerimonie  “I’m sorry if it come off insane/I’m Learning to love Myself.” 
Lo scopo principale di Liv.e era quello di realizzare un disco che desse la sensazione di essere sotto l’effetto di qualche droga, e infatti le diciassette tracce del disco ti confondono e disorientano, ti sballano e ti frullano insieme a tutti i generi e gli stili diversi che mescola insieme. “Gardetto” inizia come un triphop e a metà si trasforma in una qualche versione noise dell’icid jazz, “Sex Weeks” evoca il Prince di fine anni ’80, “Ghost” comincia con un breakbeat jungle per evolversi in un falsetto degno di D’Angelo, “Clowns” profuma di dubstep, “Snowing” di psichedelia, “HowTheyLike” e l’avvincente “Wild Animals” di soul vintage. 
Una macedonia di stili che è possibile sentire, per fare un esempio recente, su Reinassance di Beyoncé che mescola con disinvoltura e forse fin troppa cura la disco di New York, l’house di Chicago, la techno di Detroit e tutte le sfumature più recenti del vernacolo soul/r’n’b. Quella di Liv.e però è una macedonia a alto tasso alcolico dove si mescola  “anything with noise, rather than melodic shit,” e che partorisce tanto da numi tutelari come Lauryn Hill, Janet Jackson e Erykah Badu, quanto da inattesi elementi di disturbo dissonante come i Sonic Youth, e è propria questo contrasto a rendere così vivo, croccante e irruento il suono di Girl in the Half Pearl. Diciassette canzoni che nella maggior parte dei casi sono piccoli bozzetti, che a volte si legano tra di loro e altre si scontrano brutalmente, a saltelli e singhiozzi, ma senza mai compromettere il senso di continuità di un disco che scorre e fluisce liscio dall’inizio alla fine.