Formati nel 2016 a Santa Barbara con una classica formazione a tre (Juno Callender al basso, Lynn McTague alla chitarra e Ethan Herb alla batteria), i Lanayah esordiscono lo stesso anno con North Pinion, che è già una convincente e esplosiva miscela di shoegaze, doom- e black-metal. Subito dopo entra nel gruppo il tastierista Ari Brown e la palette sonora si arricchisce sensibilmente:  il sound guadagna una sfumatura più dark e i pezzi diventano più ricchi e complessi grazie a synth e samples. Con I’m Picking Lights in a Field…, in uscita per Drongo Tapes, c’è un ulteriore arricchimento grazie alla voce serafica e profonda di Isabelle Thorn, aka Dear Laika e i Lanayah diventano un fortunato ibrido capace di unire le atmosfere dark ambient di Tim Hecker o Shedir, le nevrosi urlate dei Chat Pile e inattese e ben accette scorribande in territori drone, shoegaze e stoner rock. Il disco è stato pensato e registrato come una lunga traccia unica, una suite multiforme e dinamica che applica ai diversi dialetti del rock le stesse regole sottese alla creazione di sound design e musica elettronica per ambienti. Successivamente quell’unica traccia è stata suddivisa nei suoi elementi costitutivi, così “Aspen” è un attacco di dark ambient quasi da colonna sonora di un film horror che esplode nella cavalcata doom a rotta di collo “Insect in Their Immersion” che a sua volta confluisce in “Staring Blankly,” lungo pezzo bipartito che dopo tre minuti e mezzo di strilli e caos distruttivo diventa un’intensa coda di drone-folk, con la voce di Dear Laika che ti bacia le orecchie mentre un sottofondo di rumori ti tiene bel saldo a terra. La produzione del disco è eccezionale, il passaggio tra un’intro dark-ambient della prima traccia, una canzone doom metal che dalla seconda traccia passa alla terza e la coda eterea che la chiude è un movimento magistrale. Soprattutto perché quel trittico viene seguito da “Nameless Fluttering,” un mezzo tempo sussurrato su un tappeto di chitarre tra shoegaze e grunge in perfetto stile DIIV, ma con un crescendo che lentamente trasforma quel momento di quiete in uno squarcio infernale urlato. Urla che continuano su “Knife, Mirror,” un hardcore sfrenato che è l’immagine speculare di “Peak and Core,” intermezzo quasi bucolico che però nasconde un cuore frenetico. L’epilogo— la title-track e “Carrying Fire”— sono un’altra dimostrazione dell’eccelsa cura della produzione e del viaggio sonoro che è stato costruito: “Picking Lights in a Field” è un pezzo ambient in piena regola, una cosa che non ti aspetteresti mai in un disco del genere, e questo forse è il punto dove si sente maggiormente la presenza e l’esperienza di Dear Laika, i quattro minuti perfetti per fare da vigilia dell’epilogo quasi epico di “Carrying Fire,” un tour de force che riunisce e cuce tutti gli ingredienti precedenti, una specie di riassunto che frulla tutta la gamma di emozioni che ti hanno portato fin qui e ti lascia con la voglia di ricominciare il viaggio dall’inizio.