Finalmente un vero disco post-punk, in un momento in cui sembra andare di moda definire punk o post-punk dischi che al massimo sono un onesto e innocuo pop-rock. No, non è vero, non è proprio così, sto facendo l’apocalittico, basta dare un’occhiata a Bandcamp per rendersi conto di quanto il sottobosco delle produzioni indipendenti sia pieno di rock fieramente abrasivo. Il fatto è che se invece ci si sofferma a guardare le vetrine di servizi di streaming e aggregati sociali assortiti verrebbe quasi voglia di dichiarare il decesso della SteveAlbinità. È quindi con piacere che mi appresto a dire due cosette su questo Consultant, ossia un disco che potrebbe tranquillamente piacere a Sir Steve Albini.

I Landowner sono in giro da qualche anno, questo è il loro secondo album come band e segue il pur notevole Blatant dell’anno scorso. Secondo album come band che diventa terzo se si considera il primo album Impressive Almanac, registrato dal solo Dan Shaw con chitarra e drum machine quando Landowner ancora era solo un moniker per un progetto solista di un architetto paesaggista di Seattle appena trasferito a Holyoke in Massachussets. Il sound però c’era già tutto: chitarre pulite, precise e affilate, ritmi frenetici, testi declamati senza troppa enfasi. Mancava la solidità e la coesione di tutti gli elementi, arrivata quando a Dan Shaw si sono uniti il bassista Josh Owsley e il chitarrista Elliot Hughes (dai First Children, gruppo di orientamento heavy-noise, dove però Hughes suonava la batteria) e il chitarrista Jeff Gilmartine e il batterista Josh Daniel (dagli Hot Dirt, combo math/prog/jazz, Josh Daniels già batterista nel terzetto avant-math-folk Editrix, insieme alla chitarrista pirotecnica Wendy Eisenberg).

Tutto gira perfettamente e tutto va nel verso giusto ora: la sezione ritmica si fa più presente e salda, mettendo ancora più in risalto le parti chitarristiche ancora più pulite, ancora più nette. Nel descrivere il loro sound Dan Shaw ha detto di voler fare “musica punk che sia abrasiva quanta una band hardcore media, ma con i toni iper-puliti,” l’effetto deve essere come “essere colpiti in faccia da un diamante.” Viene da pensare ai Talking Heads di ’77 e di More Songs About Buildings and Food, o meglio ai Talkinh Heads che rifanno a modo loro i pezzi degli Shellac. Dan Shaw fa il nome degli Antelope, una band ormai semi-dimenticata che registro un unico album insieme a Ian McKaye nel 2007.

Pezzi come “Phantom Vibration,” o come “Confrontation” mostrano una costruzione fieramente geometrica, simile a quella di molto mate-rock, ma meno astratta. Meno opera di un matematico e più quella di un architetto che ha pensato un post-punk con l’attitudine con cui si farebbe invece un disco di elettronica soundscape: creare geometrie che si sposino in forme geometriche che creino una specie di ambiente, di paesaggio, così “Stone Path” sembra prenderti per mano e accompagnarti mentre cresce da cavalcata punk a una litania D-beat.

il disco è teso, nervoso, claustrofobia, abrasivo, secondo la lezione di Albini, e quasi sorprende che un gruppo post-punk oggi non cerchi di consolare e rassicurare chi ascolta. Anche i testi, spesso politicizzati, sempre presi dall’esperienza quotidiana di Dan Shaw che da architetto paesaggista ha visto storture sociali di ogni tipo, come gentrificazioni che sono speculazioni travestite. e mciro-housing che sono un incentivo a auto-alienarsi in un mondo che già riesce a produrre sufficiente alienazione. Testi mai didascalici e soprattutto mai enfatizzati in facili anthem da stadio. I Landowner non cercano consensi, non fanno musica per cercare un pubblico vasto. Ma il pubblico dovrebbe cercare loro.

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