Ela Minus – acts of rebellion (Domino)

Lei chiama la sua musica “bright music for dark times,” slogan che ha scritto anche sopra un suo synth, e acts of rebellion, il primo album di Gabriela Jimeno, aka Ela Minus, è a tutti gli effetti un disco che sebbene esibisca una certa attitudine engagé, risolve quella ribellione in un monito alla comunità, all’aggregazione e alla conquista di una leggerezza che ci dovrebbe appartenere in quanto umani.  È in sostanza lo stesso programma avanzato da Theresa Stroetges, aka Golden Diskò Ship (rimando a questa bella recensione su A Closer Listen): mantenere istanze progressiste, di ribellione, di rinnovata consapevolezza della problematicità della situazione umana attuale in tutte le sue derive antropoceniche, ma al tempo stesso portare quella protesta lontana da certi intellettualismi che tendono al solipsismo, e portarli in mezzo alla gente, o più specificatamente là dove ha luogo la maggior prassi di aggregazione. 

In questo modo anche acts of rebellion di Ela Minus non rinuncia all’elettronica pop e all’EDM, presente in tracce decsisamente danzerecce, ma in quelle e in altre tracce non si fa mancare la ricerca di anthem e slogan. “they told us it was hard, but they were wrong,” che già dal titolo ha un che di generazionale, inizia con un monito che è una vera e propria sintesi della sua generazione iperconnessa, ma anche iper-distratta e iper-sbrigativa: “We always know in the first minute or so/If something is worth staying for.” “megapunk,” costruita con il basso regolare incollato alla cassa dei pezzi punk, si incanta sull’anthem “you won’t make us stop,” anche se arriva lì da una strada che è in parte già delusionale: “we are afraid we’ll run out of time/to stand up for our rights.” Altrove sembra di sentirla dialogare con Douglas Rushkoff o Sherry Turkle, o anche con il DeLillo del recente The Silence: su “tony” osserva come siamo finiti a vivere in un mondo rovesciato, dove “only beacause of the phone/we have the needs of words” e su “dominique” arriva a toccare la necessità di una reale aggregazione perché ci sia una comunicazione viva e reale: “I haven’t seen anyone in a couple of days/I’m afraid I forgot how to talk/to anyone else who’s not myself.” Curioso e bizzarro che finiremo per ascoltare questo disco da soli, in cuffia, chiusi in un mondo vuoto. 

Tutto il disco sembra nascere dall’incontro e dallo scontro tra alcune coppie di opposti. Da una parte il pop elettronico, dall’altra il punk e l’hardcore delle sue origini (è stata una giovanissima batterista nella punk-band RatónPérez), da una parte l’istintività della maturità che ha ancora gli strascichi dell’adolescenza di strada, dall’altra una formazione culturale e intellettuale al prestigioso Berklee College of Music di Boston, e ancora da una parte la tendenza a strutture pop semplici e ballabili, e dall’altra una mai nascosta fascinazione per le forme elettroniche più estese di kraftwerkiana memoria, presenti nei pezzi strumentali che tradiscono una certa ambizione,  come “pocket piano,” “do whatever you want, all the time,” “let them have the internet” e nell’iniziale “N19 5NF,” che prende il nome proprio da un synth, e infine una contrapposizione tra analogico e computerizzato. 

In diverse interviste Gabriela ha confessato a più riprese un rapporto quasi feticista con i synth, tanto da dar loro dei nomi e tanto da aver passato un periodo a costruirli lei stessa da Critter and Guitari. Macchine che Gabriela vede come “personificazioni dei desideri e delle emozioni umane.” Per questo è sua ferma istanza estetica non usare mai computer e software nella sua musica, in un vero atto di ribellione contro la musica elettronica iper-prodotta e iper-rilavorata via qualche software per laptop. Cosa questa che rende il suono del disco piuttosto grezzo, quasi rudimentale, in perfetta sintonia con l’estetica DIY, portando alcuni pezzi a suonare quasi come versioni elettroniche di canzoni punk. 

Se c’è—e io dico che c’è—un filone di electro-pop che quest’anno è partito con Georgia, è passato dal pop intimista e confessionale di Empress Of e di Katie Dey, arriva alle produzioni più sofisticate di Jessy Lanza e alle nuove sfaccettature di Marie Davidson, acts of rebellion spinge quell’electro-pop per strada, lo allarga fino a coprire elementi politici e mischiarli con istanze personali, lo sporca con un’attitudine fieramente DIY e lo rende ballabile quanto efficace, leggero ma con le giuste profondità.

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