Dopo aver suonato il basso per il tour europeo dei Cherry Glazerr e le tastiere per qualche data americana di Faye Webster, la giovanissima Livvy Bennet inizia finalmente a fare quello che sa fare meglio: si trasferisce da Austin a Los Angeles, si porta dietro un pezzo di casa con il tastierista Michael Hunter e il batterista Dylan Hill, trova una bassista su Tinder (Noor Kahn), imbraccia una chitarra e scrive canzoni sue da suonare col suo gruppo, i Mamalarky. E i dieci pezzi di questo delizioso debutto rappresentano appieno la vita da millennial divisa tra Austin, Atlanta e Los Angeles di Livvy: un’estensione di influenze molto ampia, frutto di un’esposizione incontrollata a un flusso di musica a getto continuo, dove il Southern rock si mescola con venature funky e soul, folk rivestito di pop e una gradevolissima attitudine indie. Insomma il tipo di disco che può fare solo chi da nativo digitale può avere accesso incondizionato a tutta la musica del presente e del passato.

L’attacco, “Fury,” è forse un biglietto da visita di Livvy, che appena uscita da un’esperienza con i Cherry Glazerr di Clementine Creevy (sebbene come turnista), ha sedimentato tutto in un pezzo che suona molto come un pezzo dei Cherry Glazerr, sebbene filtrato dalla personalità già viva e tagliente di Livvy Bennet. Ma è una falsa partenza, nel senso che ti aspetteresti un disco pieno zeppo di chitarroni e invece subito c’è una deviazione verso una ballata molto radio fm anni ’70, “You Make Me Smile,” che potrebbe sembrare una ballata di Carole King se Carole King avesse vent’anni oggi. “Schism Trek,” che racconta un po’ la situazione del gruppo, diviso in uno scisma tra Austin e Los Angeles, ha un ritornello iperarmonizzato che ti porta diritto nella California degli anni sessanta, soprattutto con l’assolo di hammond finale. Organo che impreziosisce la ballata “Cosine,” vagamente jazzata, in bilico tra pop e soul radiofonico, mentre il divertissement funky “Singalong” traghetta il pop caldo e quasi malkmusiano di “Almighty Heat” verso il disco-folk hammond-driven di “Drug Store Model” dimostrando quanto i Mamalarky siano a loro agio anche con groove pregni di linee melodiche.

Un esordio ampiamente convincente, anzi anche sorprendente per la maturità di alcune tracce, vista la giovane età di Livvy Bennet, ma che forse proprio perché giovane può permettersi di raccontarsi in una manciata di pezzi che riescono a essere emotivamente carichi senza che intervengano sbavature o appesantimenti non necessari. Questo equilibrio tra maturità e impulsività, tra episodi slack che fanno pensare ai Pavement più raffinati e educati accenti bluesy, è un equilibrio molto difficile da raggiungere, i Mamalarky lo mantengono ben saldo per dieci tracce, tutte incantevoli e calorose.

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