
È sempre la stessa vecchia storia: i dischi migliori sono sempre quelli più nascosti, soffocati dalla sovraesposizione di mainstream e mainstream indotto. Quest’anno per esempio tocca agli Exek, e per fortuna Castle Face ha da poco ristampato il loro album d’esordio, Biased Advice, originariamente auto-pubblicato nel 2016 e che già veniva dopo il pur interessante omonimo ep. In cinque anni gli Exek di cose ne hanno fatte tante, tutte passate pressoché inosservate: un secondo album ancora acerbo e rumoroso ma pur sempre interessante (On a Plane to Japan), un terzo album dove mettevano le idee più a fuoco (Ahead of Two Thoughts), un ep che dava libero sfogo al loro lato più sperimentale, cioè una mescolanza di kraut siderale, rock sbilenco di chiara ispirazione velvetundergroundiana e elettronica modulare vicina a Laurie Spiegel e Laurie Anderson (A Casual Assembly) e un quarto album (Some Beautiful Species Left) che è forse il primo passo verso l’appropriazione di un sound personale, compatto e privo di sbavature.
Curioso che il loro disco probabilmente più compiuto sia un album a metà. Il primo lato di Good Things They Ripped Up the Carpet contiene tre nuove canzoni (“Palazzo di Propaganda Fide,” dedicata proprio al bellissimo palazzo a Roma, “Several Souvenirs” e “The Plot”) cui si aggiungono due brevi pezzi (“Brittle Relatives” e “Orthodox”) che servono per recidere il cordone ombelicale col kraut e il dub da cui nascono. Il secondo lato del disco contiene tutti pezzi già realizzati: due da due split single con Spray Point e N0V3L, uno dall’antologia compilata per i venti anni di Born Bad Recod Shop, e un pezzo che dovrà uscire per l’antologia che celebra l’etichetta francese SZD (etichetta che ha pubblicato il loro album precedente).
Insomma, Good Things They Ripped Up the Carpet ha tutta l’aria di un nuovo inizio, una specie di secondo esordio, un disco dove le caratteristiche del loro sound trovano una quadratura nitida e centrata: una sezione ritmica di chiara ispirazione kraut/dub, un cantato austero e distaccato che ricorda il Brian Eno di Taking Tiger Mountain by Strategy (“Four Stomachs”) e un tocco del punk destrutturato dei PIL (“Lottery of Inheritance”).
In un mondo ormai sempre più inquinato da pop-rock che si lascia etichetterà post-punk e che non è né post- e né punk, gli Exek spiccano per onestà e integrità e accentuano il lato più post- e oscuro del post-punk, lo stemperano con una generosa e sempre ben accetta dose di kraut-rock e un tocco di elettronica minimale. Sarebbe anche l’ora che il mondo smettesse di ignorare gli Exek e decidesse di dar loro l’attenzione che meritano.