I Wednesday sono arrivati al loro terzo disco, al netto di una manciata di ep, secondo come band, dato che il primo, Yep, Definetely era ancora più un lavoro solista e autoprodotto di Karly Hartzman. Certo anche su Twin Plagues si sente la mano della chanteuse indie-rock, qualcosa sulla scia della prima Liz Phair o oggi di Stef Chura, qualcosa che si abbevera della miglior tradizione indie rock, o alternative o comunque tu la voglia chiamare, e che lo fa con un fortissimo taglio autoscale e una personalità invidiabile.

Fatto sta che Twin Plagues ha avuto un endorsement espresso di Hanif Abdurraqib, e non è una cosa da poco. Abdurraqib la butta sul fattore nostalgia, e per delle buone ragioni. I Way Trying to Describe you to Someone, il precedente album dei Wednesday, “mi ha trasporato in un’era precedente l’era corrente,” scrive Abdurraqib, “cosa di cui avevo bisogno. Il passato può sembrare meno infernale del presente se non siamo pienamente onesti con noi stessi.” E l’onestà, intesa come sincera espressione di sentimenti autentici, è la cifra stilistica di tutto questo nuovo disco. Canzoni semplici, dirette, che parlano di vita quotidiana, di esperienze che si vorrebbe nascondere, di mal di denti, di ricordi di cani morti, di pomeriggi apatici passati a calarsi acidi per noia. Canzoni che ricordano i racconti di Tama Janowitz o Lucia Berlin se non di qualche autore figlio del dirty realism o grunge lit.

Onestà, semplicità e nostalgia: e il fattore nostalgia si consuma in una dozzina di canzoni che ammiccano al miglior passato del rock indipendente: “Toothache” e “Three Sisters” te le puoi immaginare dentro un disco come Green Day dei Dinosaur Jr., “Birthday Song,” con quel tappeto di noise gentile che accompagna senza nascondere una melodia semplice e delicata potrebbe essere un pezzo dei primi Throwing Muses, l’altalena tra momenti di stasi e momenti dinamici, tra quiete e rumore è la stessa che da molto grunge dei primi ’90 continua a oscillare in band ormai classiche come Speedy Ortiz e nel catalogo Exploding in Sound in generale (basti pensare agli Shady Bug), “One More Last One” è uno shoegaze in piena regola, con tanto di melodia dreampop fumosa, basso lineare e saldo e nebulose di feedback e distorsioni.

Probabilmente è un disco per nostalgici, adatto ai Gen X e Millennial cresciuti i primi con l’indie-noise lo-fi e DIY e i secondi con un primo revival di quell’indie-noise, ma sarà comunque molto difficile non lasciarsi conquistare da un disco così autentico.