I Water from your Eyes sono stati la sorpresa e scoperta più interessante della fine del 2019, quando a ottobre uscì il loro terzo album, secondo per Exploding in Sound, Somebody Else’s Song. Rimasi stupito da come saltava di genere in genere, di stile in stile, mescolando tracce anche fin troppo diverse tra loro, dall’elettronica più piena alla folk-song più intimista, ma facevano tutto con estrema disinvoltura. Da lì ho scoperto che avevano già realizzato un paio di ep autoprodotti (l’onomimo Water from your Eyes e Feels a Lot Like), una manciata di singoli, un primo disco per Exploding in Sound (il parimenti schizofrenico All a Dance), un disco fuori etichetta (Long Days, No Dreams) e alla fine il disco che mi aveva conquistato. Scopro che sono un duo e che il duo è formato da Nate Amos, attivo, anzi iper-attivo come solista col moniker This is Lorelei, e Rachel Brown, che già avevo incontrato qua e là come thanks for coming, anche lei iper-attiva. Lui musicista elettronico con una forte inclinazione DIY, lei una cantautrice bedroom-pop, una delle tante ma non una come tante (ho già avuto modo di esternare il mio appezzamento per il suo ultimo to be honest, i was lying e avrò modo di fare altrettanto con #1 Flake in North America, in uscita a settembre).

Come capita nei migliori sodalizi, i Water from your Eyes sono molto più della somma dei due componenti: l’afflato elettronico sperimentale di Nate Amos trova una quadratura e una maggiore concretezza se si sposa con la forma canzone, arte che Rachel Brown, per quanto sia umile, sa plasmare alla perfezione. D’altro canto, l’attitudine bedroom-pop di Rachel Brown trova un maggiore respiro con gli abracadabra elettronici di Nate Amos. Capitava su Somebody Else’s Song e capita anche su questo Structure, disco che ha in effetti una struttura molto coerente, per quanto forse un po’ nascosta. Anzi, più che di struttura si dovrebbe parlare di simmetria, o di incastri simmetrici: due intermezzi spoken-word (“You’re the Embers” e “You’re the Watching Fly”), due versioni di uno stesso brano (“Quotations” e “”Quotations””), la coppia “Monday”/”When You’re Around,” che giocano con la forma-canzone più classica, e la coppia “Track 5/My Love’s,” che invece recuperano la forma canzone trasfigurata nell’elettronica. Non solo, le quattro coppie costruiscono due lati di un album, dividendosi e riannodandosi così in una macro-coppia.

“When You’re Around” apre tutto con una ballata ariosa, beach-boysiana, arricchita da un contrappunto di arrangiamenti appena accennati e non invasivi, allo stesso modo il secondo lato si apre con la malinconica e cinematica “Monday,” con un crescendo che può ricordare i Cinematic Orchestra o il miglior Scott Walker (influenza dichiarata). Insieme forse rappresentano il qualcosa in più che i Water from your Eyes aggiungono al loro repertorio con questo disco. “Track 5” e la gemella “My Love’s” rimandano al dance-pop obliquo e imprevedibile dei loro esordi, più divertito quello di “Track 5,” decisamente più apocalittico quello di “My Love’s” che a tratti sembra avvicinarsi ai clangori dei Girl Band, o una versione aggiornata e stralunata dell’elettro-pop d’antan dei Propaganda. Stessa dinamica riproposta nelle due versioni di “Quotations” (con e senza virgolette): una una filastrocca accogliente e quasi bambinesca, l’altra una versione decisamente più minacciosa.

In un mondo dove ormai ci si è arresi a definire post-punk il pop-rock più commerciale, è bello sentire un disco che del post-punk originario riprende appieno l’ethos e si impegna a allontanarsi il più possibile delle strutture familiari e riconoscibili a misura di mercato. Qui dance-punk, art-pop, elettronica sperimentale si mescolano in un ibrido che rifiuta ogni catalogazione, rigetta ogni cliché e ogni forma preconfezionata e codificata. Structure è un disco che resta in equilibrio tra la ricerca di una razionalità e la voglia di lasciarsi andare all’anarchia più totale, tra tensione verso l’apollineo e chiara fascinazione per il dionisiaco. Nate Amos ha dichiarato che la musica del disco è ” musica da erba,” e che “non c’è stata una sola goccia di lavoro svolto nel processo di registrazione, editing o missaggio che non sia stato preceduto da una canna.” Come fare a non volersi perdere dentro un disco che è contemporaneamente così obliquo e lineare, così lucido e impulsivo, oscuro e luminoso, ruvido e levigato. Così bello.