
montage inizia su note dolci, una drum machine che sorregge un synth soffice che fa lentamente spazio a una chitarra pulita ma dolcemente dissonante che riprende l’armonia del synth per darle maggior briosità. La traccia è opportunamente chiamata “rudimentary understanding of black holes,” e veicola perfettamente la sensazione di avvicinarsi a un buco nero, prima visto da lontano, poi dal suo interno. Subito dopo “i saw you left the door standing” esplora quel buco nero, con un drone interrotto da pochi parchi rintocchi di chitarra. Già le prime due tracce fanno capire che montage sta raccontando una storia. Anzi, ne racconta due, sovrapposte, ciascuna chiave di lettura dell’altra: c’è l’ipotesi del Big Crunch, un modello cosmologico sul destino dell’universo, inesorabilmente avviato verso un’implosione su se stesso, e c’è la storia intima e squisitamente personale di Kay Echo, che nell’ipotesi del Big Crunch trova un singolare e inatteso sollievo: il big crunch per lei, “ha liberato un qualche spazio interiore dove processare alcuni sentimenti complicati che stavo sentendo e forse cercavo di ignorare.” Se le prime due tracce ci proiettano nello spazio infinito, tracce come “what kind of cloud am I?” e “it really felt like I fell forever” ci trasportano in una dimensione squisitamente intima, una dove accettare la necessità di quel che si è è anche il modo migliore per rappacificarsi con se stessi e col mondo. Dalla singolarità al singolare, dall’universo all’individuo, e viceversa. Realizzato interamente durante una singola improvvisazione con loop, effetti e chitarra, montage è stato poi effettivamente montato, cioè tagliato, confezionato e ricucito insieme, al fine di configurare un racconto vero e proprio. Il risultato è una storia nella psichedelia lo-fi degli ultimi trent’anni: dall’ambient folk di Grouper si passa allo drone-gaze dei Bowery Electric (“it doesn’t feel like friday”), alle fosche melodie di Movietone/FSA e si finisce nelle atmosfere più rarefatte di certo catalogo kranky tipo i Dead Texans e Stars of the Lid, o al post-rock più intimo di Tara Jane O’Neill, fino a lambire i Tortoise più eterei su “brite moth”o nella già citata e splendida “it really felt like I fell forever,” con quella melodia ripetuta a volume basso che quasi sembra provenire da un altra galassia. montage resta però essenzialmente un disco chitarristico, dove la chitarra viene usata più come mezzo per creare effetti che come strumento in sé, e il fiume di accordi spezzati, pieni di riverberi e loop, ci portano vicino alle sperimentazioni di chitarristi contemporanei come Matt LaJoie, Hollie Kenniff e Noveller. Come loro Kay Echo sa raccontare storie con la chitarra, storie minimaliste, essenziali, fatte di poche note e melodie scarnificate fino al midollo, ma in queste storie ogni singolo suono è necessario, come in un racconto di Amy Hempel, e non c’è spazio per altro se non per la bellezza così come viene mostrata.