
Si sono definiti post-twee pop, e la cosa può anche aver senso, soprattutto per testi un po’ dolciastri, ma declamati con piglio romantico e concreto (“Loin dans les rides de ton visage / J’ai vu fleurir / 10 000 étoiles et rien ne s’étiole“). In realtà i Cœur-joie provengono dalle precedenti esperienze di Martin Meilhan-Bordes (voce e chitarra) e Milia Colombani (batteria) prima col power-pop solido di matrice c86 dei Sex Sux, poi con l’arioso dream-pop dei Blootchy Temple. Allumettes au bout des îles, primo breve album dei Cœur-Joie, nonché prima loro uscita per la sempre affidabile Hidden Bay Records (Death of Pop, Docks, Andrew Younker) unisce la granulosità dei Sex Sux con le porosità soffici dei Blootchy Temple e risulta al tempo stesso leggero, accattivante e fresco come il miglior power-pop sa essere, e pungente, veloce e dinoccolato come è il jangle più convincente.
Le cose sono chiare fin dai primi accordi del singolo d’apertura “Léovénement”: un attacco dichiaratamente anni sessanta e yé-yé che dopo appena dieci secondi si lascia inondare da un torrente di chitarre distorte con gli alti sparati. Nel corso del disco la melodia non viene mai persa di vista, e anzi, si prende la scena in episodi quasi folk, come nell’altera e malinconica “Festina lente,” o nell’avvolgente “Dimi l’étoile,” il cui attacco ricorda vagamente il Dylan di “Hurricane.” Più spesso però a prendere la scena sono le chitarre fluide e grattugiate con nonchalance, come sulle ritmate “Holunder” e “L’éclate,” figlie del pop di France Gall, tanto per fare un nome, fino al fiale REM-iano della title track che riprende gli alti sparati dell’apertura e chiude con quella nota jangle che non stanca mai.
Un esordio più che convincente, e altra ulteriore prova dell’ottimo stato di salute del rock indipendente francese, ancora fieramente al di qua delle secche postpunk.