Era da un po’ di tempo che non mettevo mano a un disco pubblicato da Sound as Language, cioè dall’ep dei Tar Of lo scorso autunno, non perché siano mancati dischi degni di nota negli ultimi mesi, anzi: tra l’ambient di Ki Oni, l’elettronica eclettica di Euglossine, le manipolazioni di Matthew Ryals e Zander Raymond Sound as Language ha continuato a esplorare e mappare tutti i territori e i linguaggi dell’elettronica sperimentale. Quello che forse un po’ mancava all’etichetta era qualcosa capace di affondare nel pop chitarristico e casalingo più autentico e sincero. O per lo meno mancava finora: Glossolalia è il delizioso sesto album dell’enfant prodige appena venticinquenne Max Gowan, che da Raleigh, NC, si è messo in mostra prima come giovane ingegnere del suono per diverse band, poi come raffinata cantore delle paturnie della generazione Z come autore in proprio, tra il pop-folk dolce-amaro del primo Sufjan Stevens  di Big People  Far Corners e Bygones alle tinte quasi Tim Burgess-iane di Last Companion. 

Qui il pop chitarristico degli album precedenti si arricchisce di strumenti, arrangiamenti, guadagna in dinamismo e in intensità, come dimostrato dal primo singolo “Ornamental,” ideale introduzione alla ricca palette che Glossolalia ha da offrire:  “Have a Look” è una ballata  folk arricchita di tape-manipulation, percussioni, found-noises che l’avvicinando a certe cose del primo Alex G, con un testo quasi sussurrato che evoca i primi rimpianti da voler dover dimenticare (That memory feels like a hole in my head Decided all I wanna do is forget.)

Lo strumentale “Test Pilot” dà quello sprint che serve prima di lasciarsi cullare dall’avvolgente “Guardian,” che ricorda certe dinamiche di Peaer, per poi perdersi nella malinconica vagamente jazzata “If We had Falling Apart.”  Un momento di melodia più classica con la Costelliana  “Kettle” prima di chiudere coi suoni saturi di “Daytripping.”

Glossolalia è un disco concreto, comunicativo, che nonostante il titolo ironico riesce a dire molte cose su cosa significhi diventare adulti e non riuscire a comunicare le proprie debolezze e di sentirsi sciacalli (“Jackal”), puri elementi ornativi (“Ornamental”) e vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro (“Kettle”), e lo fa con una ricca palette di suoni e di arrangiamenti, e con melodie sempre accattivanti e confortanti.

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