Narra la leggenda—e se non è leggenda dato il disco che ne è nato dovrebbe esserlo—che Fred Thomas durante l’estate dell’anno horribilis 2020 passasse il tempo a montare e spostare microfoni sulla batteria per cercare di ottenere un suono che lo soddisfacesse. Ci riuscì posizionando un solo microfono sopra la grancassa e se fossimo stati in qualche anno degli anni ’90 sarebbe tutto finito lì, ma nel nuovo millennio (fortunatamente) è finito su Instagram, dove, incuriosito, Corey Plump, chitarrista degli Spray Paint, ha chiesto a Fred Thomas se gli andasse di registrargli qualche loop di batteria.  Fred Thomas lo fa e Corey Plump ha un’altra bella idea: chiamare Matthew Rolin (di Rolin/Powers Duo) perché ci suonasse un po’ di chitarra sopra. Le canzoni iniziano a prendere forma, ma mancava qualcosa, e quel che mancava era quel tocco di magia estatica che ha saputo aggiungere Whitney Johnson, ossia Matchess. 

Quello di realizzare e registrare un intero disco in differita, quasi in smart-working, è stata purtroppo una pratica abbastanza diffusa nel biennio pandemico—la stessa cosa l’hanno fatta per esempio i Nightshift con Zöe—ma riuscire a condensare in otto tracce almeno trent’anni di indie-rock e una mezza dozzina di diversi linguaggi è qualcosa che solo quattro eccellenze come Whitney Johnson, Fred Thomas, Matthew Rolin e Corey Plump potevano fare. “Monsella” unisce una ritmica kraut-rock, un basso parco e saldo, quasi new wave, drone di sottofondo e una voce dream-pop, “Drinking with Flies” e “Grey on Grey” sembrano uscite da una session con i Sonic Youth era Washing Machine/A Thousand Leaves, “Central Ceiling” e “Lasso Motel” evocano la scena sperimentale di Chicago, di cui Matchess è la vestale più che esponente, e la colorano di kraut e kosmische con pochi precisi tocchi di synth, psichedelia rumorosa texana degli Spray Paint si sposa appieno con quella più vicina alle jam di Matthew Rolins, che nonostante (e per la prima volta in un disco) usi la chitarra elettrica, è inconfondibile in pezzi come “Stone Oaks” e “Blue Pigeon,” mentre la conclusiva “Passive but Jag” aggiunge brio e ariosità a un caparbio ritmo kraut.

No Island nasce dal nulla e lo riempie con un tutto pieno e vibrante che è ben più della somma o del prodotto delle sue parti, sublima almeno trent’anni di rock alternativo, fonde noise-rock, ambient, drone, dream-pop, garage-rock, psichedelia, deforma linguaggi precedenti e ne crea uno nuovo capace di raccontare un mondo nuovo.

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