“Subterranean” parte col botto e d’improvviso siamo al CBGB nel 1979 e sul palco ci sono i B52. “Golden Rod” getta altra benzina sul fuoco e tutto si incendia in un pub-rock con l’argento vivo addosso, tra il primissimo arrabbiatissimo Elvis Costello e i Feelies. È solo con “Let Myself Go” che torniamo qui e ora, ossia in Scozia nel primo anno dopo il biennio terribilis della pandemia e dentro Spirit Man, il terzo disco degli Order of the Toad, una delle band che disegnano il mosaico della ricca scena indipendente scozzese. Diventati a tutti gli effetti un quartetto con l’aggiunta del chitarrista Fionnan Byrne-Perkins, gli Order of the Toad restano un satellite che gira attorno alla personalità della bassista e cantante Gemma Fleet, che qui più che mai dà prova anche delle sue ormai indiscutibili doti vocali (per esempio su “Foghorn”), ma sono fondamentali gli apporti di Chris Taylor (prima voce su “Salt of the Earth,” “Dumbening” e in duetto con Gemma Fleet su “Upstairs Downstairs”) e di Andrew Doig, che dopo aver realizzato in pieno lockdown uno dei dischi più belli dell’anno scorso (Zöe dei Nightshift), ha dato quel tocco di psichedelica gentile che impreziosisce Spirit Man fino a renderlo una giostra di colori sgargianti. Al pub rock del trittico iniziale, passando per il bozzetto quasi lisergico “Spirit Man” si è infatti travolti da un turbine che una graziosa fragranza sixties, tra merseybeat, surf-rock e pop psichedelico dal sapore quasi californiano.

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