In mezzo a tutto il deserto del post-punk che si espande dalle isole britanniche, un disco come Tableau è quasi un evento miracoloso. Le sorelle Sidonie e Esmé Hand-Halford e il chitarrista Henry Carlyle Wade hanno deciso di giocarsi la carta dell’ambizione, non senza la consapevolezza di qualche rischio: in un’intervista apparsa recentemente su The Quietus le Orielles hanno espressamente preso le distanze dal meccanismo perverso, squisitamente britannico, che crea e disfa hype ciclicamente. Su Tableau non c’è niente che possa creare facili sovraesposizioni mediatiche mediante somiglianze più o meno marcate con quello che affolla il mercato. Non c’è niente di ripulito e rifinito. Nella stessa intervista hanno citato Get Back dei Beatles, e di fatto Tableau è nato da un simile approccio creativo nel quale ogni singola traccia viene pensata, scritta e suonata direttamente in studio, senza passare nella fase in cui diventano demo da lavorare e raffinare in qualcosa che finirà per suonare finto. Un approccio che il gruppo sposa con le “strategie oblique” di Brian Eno e che aveva già in qualche modo provato con il precedente album La vita olistica, di fatto una versione remix senza limature di Disco Volador. Questo approccio libero e randagio risalta appieno nelle prime cinque tracce del disco, quelle formano in tutto e per tutto una sorta di suite che occupa il primo lato: dall’attacco Stereolabiano di “Chromo I”/“Chromo II” si passa alle euforie danzereccie di “Airtight” (vagamente profumate di Everything But the Girl), ai ritmi nervosi figli di A Certain Ratio e ESG di “The Instrument” per approdare nella lunga e avvincente “Improvvisation 001,” coadiuvata dalla sezione fiati dei Northern Session Collective guidata da Isabella Baker. Su Tableau c’è spazio anche per qualche reminiscenza del lo-fi jangle del disco d’esordio Silver Dollar Moment, in pezzi come “Television” e “Darkened Corners,” per la disco-lounge di Disco Volador e del suo gemello La vita olistica (“To Offer, To Erase” e “The Room”), e per le accensioni quasi progressive del loro singolo d’esordio “Sugar Taste Like Salt” su “BEAM/S,” primo estratto da Tableau e che nei suoi quasi otto minuti ha avuto modo di fare tutte le promesse che questo disco ha mantenuto con orgoglio. A un primo ascolto può sembrare che una sforbiciata di una ventina di minuti lo avrebbe reso più snello e per questo meno soggetto a dissipare le energie, ma i quattordici pezzi che lo compongono disegnano una traiettoria che parte dal decollo di “Chromo I,” plana e piroetta nello spazio e atterra nella decompressione di “Transmission” per finire nella coda sperimentale di “Stones,” divertissement con le sovrapposizioni vocali care a Cheri Knight. 

Pubblicità