Ascolti la musica di Lucrecia Dalt e ti viene in mente Orson Welles che ne “La ricotta” di Pasolini per definire Federico Fellini si limita a dire: “Egli danza.” Definizione icastica perfetta anche per Lucrecia Dalt: “Ella danza.” Lucrecia Dalt è un’aliena, un’illuminata, un’artista eclettica e multidisciplinare che crea delle vere e proprie operette filosofiche (almeno da Anticlines in poi). Lucrecia Dalt rende insensata quella frase, attribuita a Zappa, che per sottolineare la natura ossimorica della scrittura sulla musica la paragona a “ballare di architettura.” Ma dagli anni ’90 in poi, la musica popolare si è caricata sempre più di contenuti: dalle forme che si fanno messaggio degli Autechre alla conceptronica che in tempi recenti ha indagato cambiamenti climatici (Tillman Robinson), sorveglianza digitale (Jasmine Guffond), antropocene (Grimes), intelligenze artificiali (Holly Herndon).

Lucrecia Dalt balla talmente di architettura fino a arrivare a arricchire ¡Ay! con una breve nota filosofica di Miguel Prado (già Anticlines conteneva in allegato un opuscolo che documentava la collaborazione con Regina de Miguel e Henry Andersen), ma l’intera carriera di Lucrecia Dalt come artista e musicista nasce dall’incontro e fusione di scienza e arte, tra una formazione in ingegneria geotecnica e aspirazioni artistiche, fino a trovare un punto di incontro, ha raccontato in un paio di interviste, in una conferenza sul tempo tenuta al BACTA di Barcellona, tema, quello del tempo, che tuttora plasma la sua discografia, e in un certo senso la collega, sebbene Lucrecia Dalt intenda tenere I suoi dischi separati. Commotus seguiva il movimento sulla scala del tempo geologico, stessa idea di tempo non-umano, dilatato e non lineare che aleggia su ¡Ay! , dove si cita verbatim il testo di “Baolith” (closing-track di Commotus) ma traslato in spagnolo (No obedezco a tu verdad linear/porque tengo los poderes de la primavera félsica/sorpresa!/Romperé tu narrativa y alteraré tu paisaje aplanada). Su ¡Ay! il tempo si annoda su se stesso come i fanno i serpenti misteriosamente attratti dal Galatzó a Mallorca, si fonde in un groviglio che unisce passato e presente, il passato di Lucrecia la bambina che in Colombia cresceva a suon di bolero, cambia, merengue e tropipop screziato di jazz, con il presente della musicista Dalt che disfa e ricuce suoni inusuali in modi inusuali. Qui lo fa attraverso Preta, un’entità aliena caduta sulla terra, coscienza immateriale che trova un corpo nella pelle evaporata nell’idrosfera e inizia un viaggio nella temporalità. La figura ricorda un po’ la leggenda del Boraro su cui è costruito Anticlines—un demone che risucchia il corpo delle sue vittime e ne riempie di aria l’involucro fatto di pelle vuota—e per opposizione ricorda Lia, l’alter ego di No era solida, pura concretezza, cosa inanimata che lentamente si fa coscienza attraverso la conquista del linguaggio. Preta, canta Dalt su “Bochinche,” è “pura cosciencia, regresión infinita, heralda accidental del no-tiempo, de la asimmetría.” Preta è l’espediente con cui Lucrecia Dalt elimina il tempo dalla sua esperienza, e è il tramite mediante cui riscopre la musica folkloristica colombiana come un’aliena vergine di ogni sedimento temporale.

L’elemento ritmico e percussivo è, come sempre, predominante. In una comunicazione privata due anni fa mi ha detto che lei concepisce la sua musica in funzione delle pulsazioni. No era solida era apertamente dedicato alla novella “Um sopro de vida” di Clarice Lispector, novella il cui sottotitolo è “pulsazioni” e che in epigrafe riporta la frase “Quero escrever movimento puro” (voglio scrivere del puro movimento). Lucrecia segue le pulsazioni, musica come movimenti tellurici, come ciò che cambia nel tempo. ¡Ay! inizia con le melodie languide, gli archi e i fiati di “No tiempo” che subito vengono rotti su “El Galatzó” da un maelstrom di bassi, percussioni, congas, ritmi e tamburi a metà strada tra tradizionale e alieno e che si fanno ancora più alieni su “Atemporal,” “Dicen” e le fumose e jazzate “Contenida” e “La desmesura.”

Un secondo elemento ricorrente nella musica di Lucrecia Dalt è il carattere cinematico. Al di là del suo lavoro nelle colonne sonore (solo quest’anno ne sono uscite due: The Baby e The Seed ), Lucrecia Dalt è solita comporre musica mentre guarda film senza il sonoro. Sono nati così i suoi album più “cinematici” come Sygyzy e Ou. Nel caso di ¡Ay! la parte narrativa cinematica è incollata alla parte musicale: i video dei quattro singoli che hanno preceduto l’album formano Pedi Possessio, un cortometraggio girato a Mallorca in collaborazione con la regista Aina Climent e la ballerina Judit Ferrer e che racconta in un modo complementare la storia di Preta, aliena che osserva l’umanità da una stato di distanza privilegiata. La stessa distanza privilegiata di un’artista tanto eclettica come Lucrecia Dalt. Ella danza.

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