Su The Wire, rivista che per me ha lo stesso grado di infallibilità che per i cristiani ha la Bibbia, ha derubricato Pocket Fantasy come niente meno che prog (!!!!). E in effetti, prendendo il termine prog nel suo significato più ampio, esteso quindi ai dischi pop fatti dai vecchi gruppi progressive nei primi ’80, quell’etichetta può stare bene anche sul colletto di questo secondo, divertente, accattivante e vario disco dei Mamalarky. Ne ho già parlato e già con entusiasmo due anni fa per il disco d’esordio. Lì i codici erano certo AOR, il pop dei Fleetwood Mac, certo southern rock con venature funky e l’indierock dei Cherry Glazer. Qui la palette è decisamente più estesa e raffinata, tocca il sophistipop quanto l’art-pop, e sì, anche il progressive, nell’accezione più “pop” e addomesticata che gli si può dare. La scrittura di Livvy Bennet è sempre più convincente, sempre più sicura e decisa senza però perdere la freschezza quasi adolescenziale che si respirava sul disco d’esordio. “It Hurts” e “Buidling Castles” potrebbero essere ballate degli Steely Dan e l’opening-track “Frog 2” un pezzo degli Yes dopo un corso di aggiornamento in nuove sonorità, “Mythical Bonds” e “Little Robot” danno un bel tocco di spezie funkeggianti. Alla fine dove i Mamalarky convincono un po’ meno sono proprio i pezzi più vicini ai canoni dell’indie-rock (“You Know I Know”). Fortunatamente i Mamalarky saltano di genere in genere, li disfano, li ricostruiscono e li mescolano in un disco il cui scopo principale sembra essere divertire, intrattenere, farti ballare, disorientarti e continuare a farti divertire. “Pocket Fantasy” è di fatto quel che dice di essere: una fantasia senza confini che ti puoi portare in tasca.

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