Le spade fiammeggianti sono un riferimento alle spade che nel libro della Genesi Dio ha dato ai cherubini per difendere le porte del Paradiso Terrestre violato. Nel terzo disco dei Fievel is Glauque sembrano una metafora per la ricerca della felicità e i suoi ostacoli. Negli intermezzi recitati, apparentemente ripresi da una qualche vecchia pellicola, sentiamo un dialogo tra uno spadaccino e un poeta che si invidiano vicendevolmente le loro vite, ciascuno vedendo nell’altro una vita forse più felice. I diciotto piccoli bozzetti di Flaming Swords, canzoni in formato saltinbocca di due minuti circa ciascuna (con l’eccezione del bellissimo finale di “Clues Not to Read”), descrivono tutte situazioni quotidiane, momenti di transitoria felicità e delusioni più o meno permanenti. Tutte insieme sembrano commentare una frase di George Bernard Shaw: “Ci sono due tragedie nella vita. Una è perdere ciò che è il più caro desiderio del nostro cuore; l’altra è ottenerlo.” Ma Flaming Swords commenta la varietà e la casualità della commedia umana con estrema leggerezza, saltando di genere in genere, di etichetta in etichetta e passando dai momenti di lo-fi pop-jazz con cui si sono presentati quasi due anni fa con God’s Trashmen Sent to Right the Mess a altri di sophisti-lo-fi-pop più vicini agli acquarelli dello splendido Aérodynes di qualche mese fa, fino a scivolare con grazia in territori vicini al prog, free-jazz e perfino anche qualche accento canterburyano. Zach Phillips si è affrettato a sottolineare in un tweet come per lui quei generi in realtà non esistono, e che Flaming Swords è solo la rappresentazione ultima di canzoni pensate, scritte, provate e riprovate fino a prendere forma. Il risultato è quanto di più accogliente, autentico e sincero possa esserci. God’s Trashmen Sent to Right the Mess nasceva da esperienze live di cinque diverse formazioni sparse per cinque città in cinque paesi nell’arco di due anni, Aérodynes è un disco registrato di getto e poi aggiustato in over-dub, Flaming Swords è un disco registrato dal vivo una sera di mezza estate a Bruxelles ma con materiale ampiamente collaudato da un settetto di musicisti che si incastrano alla perfezione tra loro . Rispetto all’esordio mostra una maggior consapevolezza, strutture più raffinate, arrangiamenti più curati (“Save the Phenomenon,” “4000 Rooms,” “To Be Gone”) ma non perde l’immediatezza a bassa fedeltà e la veracità di God’s Trashmen né la sofisticazione di Aérodynes (“My Rebel”). Il settetto gira a pieno regime, come una macchina ben oliata, e si destreggia tra melodie accattivanti e immediate e parentesi tecniche che sanno dare un pizzico di sapore in più senza esondare mai nell’esibizionismo stucchevole, e sopra a tutto questo volteggia la voce di Ma Clément che declama, racconta, culla  in perfetto equilibro tra il distacco partecipato di una voce fuori campo e il calore del sospiro di un amante. 

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